come vagabondo

Mi trovate in piazza, sulle vie principali, nelle stazioni e perfino sotto i ponti.

Non sai come ci sono arrivato, non sai chi sono, chi ero.

Non sai cos’ho passato.

Sai solo che non ho nulla, se non me stesso.

Sono colui che con il freddo svanisce e con il caldo sullo sfondo delle strade, figuro.

 Molto spesso a causa della nostra condizione di vita, seppur non possedendo titoli nobiliari o conti in banca degni di tale titolo, pensiamo che il mondo sia perfetto fin quando noi riusciamo a mettere le mani sul nuovo modello di scarpe. Dimenticandoci di tutto ciò che ci circonda.

È proprio qui che comincia la nostra storia, all’incrocio tra un negozio di scarpe ed un parco.

Non vi dirò il nome della città, ne nominerò le vie perché nemmeno io conosco tutti i dettagli del viaggio, l’unico a saperli è lui, il vagabondo.

Il motivo per cui quella mattina si alzò e decise di andare al parco ancora se lo domanda, una mattinata tranquilla di luglio, in giro ancora quasi nessuno.

-È già domenica?

Si chiese, non che gliene importasse qualcosa, no, voleva sapere se avrebbe dovuto dirigersi in una chiesa per racimolare qualche moneta, non facile negli ultimi tempi.

Dal calendario che lesse da un’edicola la vicino scopri che non era domenica, lunedì 15 luglio 2019,  sconfortato e sudato finalmente arrivò alla sua solita postazione, poco fuori il parco, non in  mezzo alla strada, sopra una specie di blocco di granito alto come una panchina o poco più, dando le spalle al parco ed alle vecchie all’interno cominciò il suo spettacolo, con un ukulele e se stesso cominciò ad intonare “ no woman, no cry “.

Continuò così per un paio d’ore, riuscì anche a rimediare qualche banconota, lì in bella vista sporgevano fuori dal cappello, pulito, come lui. Verso le 11.30 decise che era ora di raccogliere, prese il cappello da per terra e se lo mise direttamente in testa, le monete come per magia passarono attraverso i capelli e finirono nelle tasche, si inchinò di fronte al suo inesistente pubblico e si recò su per la via, passò di fianco ai negozi, le vetrine riflettevano, ci si specchiò, si guardò il volto e con la mano destra si sistemò il cappello tirando la visiera in avanti per poi proseguire la sua strada. Dopo cinque minuti di camminata affiancata dai negozi e dagli splendidi palazzi, arrivò alla piazza.

-Oggi niente mercato, lunedì.

Decise lo stesso di restare, si sedette sopra una struttura verde usata per un banco dei fiori, posò il cappello sulle gambe approfittandone per portare una mano nella tasca del pantalone per prendere le sigarette, prese l’ultima e se la portò alla bocca mentre con l’altra mano cercava invano l’accendino. Dovette alzarsi e chiederlo ad una coppietta che passava proprio lì davanti, lui, lesto rispose con un – non fumo-, lei, nemmeno lo guardò. Ci riprovò per un altro paio di volte con lo stesso risultato fin quando, un turista benevolo decise di regalargli il suo, un classico accendino ma, un accendino. Con un sorriso malandrino fece ritorno al banco e ci si sedette di nuovo, si accese la sigaretta, cominciò a suonare e più lui suonava, più la gente si avvicinava, anche la coppietta, per ascoltare la dolce melodia che fuori usciva dal piccolo ukulele   bianco e provato dagli anni.

Finito lo spettacolo guardò il cappello.

-Meglio parco, qui poco.

Pensò tirando su lo sguardo con gli occhi che si fermano esattamente puntando una paninoteca là vicino, prese i soldi e cominciò a contare.

-5, 10, 11 . .11.50. ok bastano.

Li chiuse bene nel pugno della mano destra, attraversò la strada e più si avvicinava più la gente si allontanava, non curante degli sguardi dei passanti, arrivò al bancone ed ordinò una pizza con la mortadella e pomodoro.

Tornato alla base, si godette la pizza farcita con il sole che picchiava sopra il velcro del cappello, rimase ancora una decina di minuti, il tempo necessario per decidere dove andare.

Camminò per un po’ ma alla fine si sedette sopra il bordo di un muretto dove prese un po’ di sole prima di rimettersi a camminare, non molto questa volta, arrivò davanti un viale immenso dove non passano macchine ma solo persone, si sedette con la schiena poggiata alla ringhiera di un cespuglio, posò il cappello davanti i piedi e cominciò a cantare.

Non riuscì nemmeno a finire la prima canzone che una voce gli disse

-Tu no stare qua, questo mio.

Alzò lo sguardo e davanti a sé una figura abbastanza aggressiva, decise che non ne valeva la pena mettersi a litigare.

-Il viale è grande.

Gli rispose mentre si alzava, si risedette al cespuglio vicino e ricominciò.

Cantò varie canzoni, di vari generi, prevalentemente Bob Marley ma, era quando non cantava che il pubblico aumentava, quando improvvisava ed incantava i passanti. Passarono un paio d’ore e giustamente credette di dover andare a prendere qualcosa da bere quindi fa per alzarsi preparandosi mentalmente alla camminata sotto il sole alle 16. Si stava quasi arrendendo al suo destino quando una figura vestita di rossa gli porse una bottiglia d’acqua, con la mano destra afferrò la bottiglietta e ringraziò con un movimento della testa il suo gentile babbo natale. A luglio.

Non avendo più motivo di alzarsi si ributtò sulla dura terra e tornò a creare una magica atmosfera fino al crepuscolo, accompagnando le coppiette con il suo ukulele lungo il viale, sperimentando per lui ed il suo pubblico che, nemmeno degnano di uno sguardo fin quando non suona.

Dopo il crepuscolo decise di fare ritorno, si alzò, si mise a giacca e cominciò a camminare in mezzo al viale, guardando la bellezza della città, con un solo pensiero.

-A domani.

Tornò da dove tutto cominciò, al parco, la sera frequentato da ragazzi tranquilli, rumorosi.

La vista di quei giovani lo riportava alla sua di giovinezza, qualche ragazzo ogni tanto glielo chiedeva da dove venisse, che cosa fosse successo, non rispose mai.

Quella sera, come tutte le sere attraversò il parco, salutò i ragazzi, ai quali chiese anche qualche sigaretta con successo per poi stendersi su una panchina, quella dove si sedevano sempre le vecchie che non lo facevano restare nel parco la mattina. Si addormentò quasi subito, con una coperta che lo copriva completamente e la giacca come cuscino.

La mattina dopo non ci fu musica, nessuna canzone. Se ne andò, lui non c’era più.

Solo il suo cappello.

Di massimo romano

da sempre sono cresciuto osservando tutto quello che potevo, ammirando e studiando sempre di più.

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